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:: 7.11.02 ::

In viaggio con il telefonino

di Katia Nobbio

L’ingerenza dei media nella nostra esistenza si fa sempre più massiccia, come la quantità di tempo che trascorriamo in ambienti artificiali; per la maggior parte della popolazione dei paesi industrializzati, il tempo dedicato all’uso dei media è secondo solo a quello dedicato al lavoro.
Le comunicazioni elettroniche creano un ambiente simulato che riproduce la realtà. Educati dalla televisione e dal cinema, che ci hanno proposto la duplicazione del reale sotto forma di immagini - filmati, riprese, animazioni, dirette -, viviamo un’altra realtà in cui ci è richiesto credere. Siamo abituati alla codifica di messaggi complessi (multimediali), ma fino a che punto manteniamo le distanze? Il telefono, oggetto ormai familiare e indispensabile, invade la nostra esistenza con le sue continue manifestazioni - squilli, sms, chiamate senza risposta registrate ed archiviate, chiamate in assenza, chiamate rifiutate, segreterie. Abbiamo la sensazione di “essere in contatto” anche a migliaia di chilometri di distanza. Comodità o condanna? La compresenza: una preziosa caratteristica, che ne faceva fino a pochi anni fa un mezzo piacevole, cui dedicare un momento importante e riservato per la comunicazione con persone care, o un semplice strumento di lavoro, di scambio di informazioni. Ma oggi, a causa della diffusione inarrestabile dei telefonini, è anche una presenza continua e straniante, in quanto ci distrae dallo spazio e dal tempo in cui siamo. La possibilità di essere in contatto con chiunque, in qualsiasi momento, l’esser sempre e comunque “raggiungibili”, aleggia come una minaccia sulla nostra vita quotidiana, creando uno scompenso tra le situazioni presenti ed attuali in cui ci troviamo e le molteplici realtà che vengono a sovrapporvisi mediante un semplice squillo (o beep, complessa melodia, trillo, cinguettio che sia). Non ci sorprendiamo più di passare inosservati - e non osservare - in una sala d’aspetto, all’aereoporto, in uno scompartimento in treno, presi come siamo dal nostro fedele compagno che ci conferma la nostra esistenza in realtà “altre” in cui si chiede di noi, a noi si ricorre per un consiglio, o per riempire un tempo morto. La nostra accettazione di tale sfasamento della comunicazione è senza condizioni, eppure la questione meriterebbe di esser riconsiderata.

Se mi capita di passare due ore su un volo per Londra, circondata da compagni di viaggio, che, come me, in silenzio, sfogliano il giornale, abbassandolo a tratti per guardarsi intorno, e mi ritrovo a ricercare, in una sorta di titubante ricognizione dei volti, un possibile interlocutore, per far quattro chiacchiere ed ingannare il tempo, vengo presto scoraggiata dalla sensazione di lontananza che i miei vicini mi comunicano. Sono un’esclusa tra esclusi nella comunità temporanea in cui mi trovo, in quanto ho l’impressione che viga tacitamente un accordo di “non comunicazione”. Se poi nella sala arrivi dell’aereoporto, l’attesa dei bagagli si fa lunga, il timore che sia accaduto qualcosa mi spinge ad interpellare i miei compagni, a condividere con loro l’impazienza e l’inquietudine. L’evento traumatico innesta il meccanismo della comunicazione collettiva: uno scambio di informazioni il cui valore risiede nello scambio più che nell’informazione. Uno scambio stimolato dall’esperienza comune, funzionale ad affrontare una situazione inaspettata, da cui scaturisce l’esigenza di non sentirsi soli, riconoscersi, dunque, nella condivisione altrui. Comunico, dunque, interrogo, commento, sospiro, mi riconosco nel malumore comune, e questo con molta probabilità avviene perchè mi trovo nel sottosuolo dell’aereoporto ed il mio telefonino non riceve il segnale di rete.
Se, invece, una volta giunta all’aereoporto, le pratiche di sbarco procedono senza intoppi, mi ritrovo in coda alla fermata del bus, cellulare alla mano, ad aspettare insieme al mio vicino, in silenzio - non apro bocca da più di due ore - finchè lo squillo amico non ripristina i miei legami con il mondo. Una voce cara mi intrattiene, mi brillano gli occhi e sono felice: sono a Roma, a Firenze, al mare, faccio colazione con il mio interlocutore sulla spiaggia, mentre a Londra piove, ho l’ombrello aperto ma parlo di bagni e sole che scotta la pelle. Lo stesso squillo può annunciare, invece, lo scocciatore di turno, che mi precipita in questioni di lavoro irrisolvibili: sono angosciata, cerco documenti, apro cassetti, consulto file archiviati e sono sempre sotto il mio ombrello ad aspettare il bus. Intorno a me si parla un’altra lingua, ho attraversato la Manica e cambiato stagione, ma non me ne sono accorta.
Tale operazione di straniamento già attuata dal telefonino, viene portata da Internet alle estreme conseguenze: al mito della comunicazione costante corrisponde in realtà un inquinamento della comunicazione stessa ed un deturpamento dei suoi aspetti emotivi.


:: redazione 11/07/2002 03:27:00 PM ::
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:: 5.11.02 ::
Manuale di sopravvivenza per chi non capisce il gergo "cyber"

Qualche anno fa un amico lontano che non sentivo da tempo mi scrisse una email in cui, tra l'altro, mi chiedeva: "sei ancora una lat o sei diventata una dink?". Per anni non ho saputo cosa volesse dire. Fino a quando non mi è capitato di studiare il tema delle ricerche di mercato e ho scoperto che DINK era un abbreviazione per Double Income No Kids, espressione usata dagli uomini (e donne) di marketing per indicare un profilo utente particolarmente orientato all'acquisto (le coppie senza figli ma con doppio reddito, ambita preda dei pubblicitari). Solo oggi, ripensandoci e facendo qualche ricerca, ho scoperto anche che LAT significa Living Apart Together, un'altra formula per esprimere un tipo di relazione di coppia (che in questo caso non vive assieme - in pratica il mio amico mi voleva semplicemente chiedere se ero andata a convivere con il mio fidanzato!).

In quel caso si trattava di termini derivati dal linguaggio pubblicitario. Ma il fenomeno si ripete per molti a causa dei termini legati al mondo web. Ci sono tanti neologismi, infatti, nati con o intorno alla rete o ai nuovi sistemi di comunicazione (chat, SMS ecc.), che si stanno affermando anche nella comunicazione quotidiana. Alcuni iniziano addirittura ad entrare nei dizionari. A chi non è capitato di vedersi salutato con un "CU" o di vedersi scrivere "lo faccio ASAP"?

La sensazione, quando accade e non si capisce il senso, è di sentirsi un elefante, una mummia, un marziano: eppure fino a ieri queste parole non esistevano... Il fatto è che si tratta di un gergo diffusosi soprattutto nelle chat e poi da lì uscito nelle email e negli SMS. Con il risultato che chi non frequenta le chat rischia di essere tagliato fuori. Ah, e per il momento, essendo nate in un ambiente dove la lingua franca è l'inglese, sono quasi tutte naturalmente modellate su quella lingua.

Ecco allora una breve guida a beneficio dell'umanità. Alcune di queste espressioni sono ormai notissime, altre... un po' meno.

AFAIC As Far As I'm Concerned, per quanto mi riguarda
AFAIK As Far As I Know, per quel che ne so
AISI As I See It, per come la vedo
AKA Also Known As, anche noto come...
ASAP As Soon As Possible, appena possibile
B4 Before, prima
BTW By The Way, a proposito
BOT Back On Topic, tornando all'argomento
CU See You, ci vediamo
FU Fouled Up, incasinato
FUBAR Fouled Up Beyond All Repair, incasinato senza rimedio
FUBB Fouled Up Beyond Belief, incasinato da non crederci
FUD Fear Uncertainty & Disinformation, paura, incertezza e disinformazione (detto di qualcosa che semina il panico)
FWIW For What It's Worth, per quello che vale
FYI For Your Information, per tua informazione
FYEO For Your Eyes Only, solo per te, riservato
HAK Hugs And Kisses, baci e abbracci
HHOK Ha, Ha, Only Kidding, scherzavo
HTH Hope this Helps, spero che ti sia d'aiuto
IAC In Any Case, in ogni caso (variante IAE, In Any Event)
IC I See, capisco
IMHO In My Humble Opinion, secondo me, a mio modesto avviso
IMNSHO In My Not So Humble Opinion, a mio non così modesto avviso
IMO In My Opinion, secondo me
IOW In Other Words, in altre parole
L8R Later, dopo
LOL Laughing Out Loud, sghignazzando
MTFBWY May The Force Be With You, che la Forza sia con te (ovviamente da Guerre Stellari)
NFI No Friggin' Idea, non ne ho proprio idea
ONNA Oh No, Not Again, non di nuovo
OTOH On The Other Hand, d'altra parte
PITA Pain In The Arse, scocciatura (volgare)
POV Point Of View, punto di vista
PVT Privato ("rispondetemi in pvt", si usa nelle mailing list)
ROTFL Rolling On The Floor Laughing, scompisciandosi dalle risate
SNAFU Situation Normal, All Fouled Up, situazione normale che si è incasinata
TARFU Things Are Really Fouled Up, le cose sono veramente incasinate
THX Thanks, grazie
TIA Thanks In Advance, grazie fin d'ora
UOK?(Are) You OK?, tutto a posto?

P.s. L'elenco include soltanto le sigle che abbreviano espressioni del linguaggio quotidiano. Per questo non comprende acronimi specialistici come CRM o HTML, o sigle di organizzazioni come ONU o NATO. Inoltre abbiamo tralasciato anche le emoticons (le celebri faccette del web), perché arcinote :-) e le espressioni confinate soltanto all'uso nelle chat per via del loro contenuto, come ad esempio TYCLO:Turn Your CAPS LOCK Off (cioè calmati e togli il blocco maiuscole, che in Internet equivale a urlare).

Link interessanti sull'argomento
- Un recente numero di "Villa Swaine", la rubrica curata da Michael Swaine sul sito Web Egg, che risponde ad un lettore spaventato che questi neologismi possano "imbarbarire" la lingua (l'opinione di Swaine è che siano utili o al massimo innocui, purché ovviamente non siano usati a sproposito)
- Acronym Finder, sterminato database di acronimi, inzialismi e abbreviazioni (dove ho trovato finalmente il significato di LAT!)
- un articolo su questo tema e sul net jargon in generale, apparso su Gandalf di Gaincarlo Livraghi (in realtà si tratta di un capitolo del suo libro "L'umanità di Internet")
- da una tesi di laurea in sociolinguistica del 1999, il capitolo dedicato al "Computer Mediated English"




:: sandra 11/05/2002 06:07:00 PM :: permalink
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:: 3.11.02 ::
L'ipocrisia della tv

Per ragioni professionali, il medium che più seguo – oltre al web – è la televisione, ancora di più la televisione pubblica. E anche in questa occasione – il dramma del terremoto in Molise – la classica ipocrisia del medium non è venuta meno.

Sotto il “manto protettivo” dell’esigenza di fare informazione, e poi di muovere alla solidarietà, come sempre si invade la privacy di chi davvero sta soffrendo (e non per alzare lo share). Le edizioni flash e straordinarie dei tg non si contano, e se possono avere un senso come “breaking news” quando i fatti si stanno verificando, sembra davvero incongruo che nelle edizioni flash si ripropongano gli stessi servizi trasmessi poco prima nelle edizioni standard. E passati i momenti drammatici delle dirette, come sempre si scivola nell’inutile “melodramma” (che però per lo share non è inutile), nella “messa in scena” spesso feroce del dolore altrui: si chiede ai bambini che hanno visto morire i loro compagni di banco cosa si ricordano, ai vecchi ormai privi di tutto se hanno già trovato una sistemazione nella tendopoli, si indugia sulle lacrime di chi sta cercando – piccolo dramma personale nella tragedia collettiva – qualcuno a cui affidare il proprio cane che non può più tenere.

Non sono certo da meno i programmi di intrattenimento. Anzi. Nel “flusso” del palinsesto nulla si distrugge e tutto si trasforma: così i programmi tutti lustrini e paillettes si convertono rapidamente a riflessioni, collegamenti dai luoghi del dramma, visi contriti e raccolte fondi. Tutto quanto serve ad acquietare le coscienze: continuiamo a fare la tv spettacolo, ma la facciamo a fin di bene. Trovo tutto ciò di una mostruosa ipocrisia: a parte che queste schegge di dolorosissima realtà vengono affogate nel mare magnum di pubblicità e programmi registrati (come gli onnipresenti quiz), che quindi risultano di toni del tutto incongrui ad un telespettatore attento al “flusso”, entro pochissimo tempo tutto questo sarà dimenticato. Le soubrette torneranno a sorridere più o meno vacuamente, i conduttori a condurre, i cantanti a cantare. Intanto chi è senza casa resterà senza casa (per quanto tempo???) e continuerà a piangere i propri morti, nel silenzio dei media (perché dopo un po’ insistere non aiuterebbe lo share).

Mi si può rispondere “La vita va avanti” o anche “The show must go on”. Ma a volte sogno una tv che abbia il coraggio e il pudore del silenzio, capace di “spegnersi” ed essere davvero solidale, senza grottesche rincorse a chi ha dato per primo la notizia di una intera scuola sepolta dalle macerie, senza la feroce rivendicazione di chi ha “passato” per primo le immagini più drammatiche, poi riprese dalle tv estere. O almeno, una tv che abbia il coraggio di essere se stessa: macchina per vendere pubblicità. E in questo – anche se fa male ammetterlo – la tv commerciale risulta assai più trasparente, e meno ossessionata dalla continua messa in scena del proprio senso di colpa.

Ancora una volta, sogno il cinema: il durissimo atto di accusa di un film come “Asso nella manica” di Billy Wilder, 1951, dove un implacabile reporter interpretato da Kirk Douglas non esitava a far ritardare i soccorsi destinati ad un uomo rimasto sepolto in una miniera pur di ottenere e conservare il suo scoop. In questo caso, nessuno ha ritardato nulla, e non ci sono morti sulle coscienze degli uomini dei media, come accade invece nel film di Wilder: ma la ferocia è la stessa – solo condita da un po’ di savoir faire – e la corsa ad accaparrarsi le dirette drammatiche in prima serata ha lo stesso amarissimo sapore. I morti, le tragedie, il dolore e la solidarietà (per qualche giorno, senza poi angosciare e deprimere troppo il pubblico di telespettatori-compratori) fanno Auditel.


:: chiara 11/03/2002 10:01:00 AM ::
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