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:: 24.11.03 ::

La risposta è nel vento

Sulla prima pagina di Affari & Finanza oggi facciamo una bella scoperta: "Inizia l'era di Internet a pagamento". Leggiamo l'articolo di Giuseppe Turani, direttore del supplemento di Repubblica, e ne facciamo un'altra: "Wind chiude l'era di Internet gratis". Sorvolo sulla prima "novità": quante volte bisognerà ripetere che internet veramente gratis non è mai stata?

Il dibattito è vecchio: scusate l'autocitazione, ma ero l'ultimo arrivato quando ne riferivo, tre anni fa, in una mia rubrica su Isoradio. In sostanza, abbiamo sempre pagato qualcosa per accedere al mondo virtuale: agli albori, gli abbonamenti e le telefonate; con il free internet, solo le telefonate; con le tariffe flat, solo gli abbonamenti. Per non parlare del valore della privacy, ceduta più o meno consapevolmente ai provider o violata dagli spammer.

Vorrei soffermarmi invece sulla questione del presunto colpevole indicato nel secondo titolo. Scrive Turani: "La nuova Era di Internet in Italia (l'Era a Pagamento) si può dire che è cominciata la mattina dell'11 novembre". Quella mattina, infatti, Turani si sveglia e scopre che gli utenti di Wind (di Libero e di tutti i marchi del primo provider internet italiano) non potevano accedere più alle loro caselle di posta elettronica. Perlomeno, non nei modi utilizzati fino a quel momento. Consapevole che non era facile comprendere bene i messaggi, senza dubbio ermetici, inviati da Wind per informare della novità, il giornalista insiste: "Una lettura un po' più attenta (collettiva, questa volta, con frequenti telefonate ai vari call center e a amici ritenuti più esperti) permetteva di capire come stavano veramente le cose".

A questo punto, su una cosa siamo d'accordo con Turani: le comunicazioni di Wind sono state "un raro capolavoro di confusione e di pessimo marketing" (o magari no: si voleva spingere verso servizi più costosi scoraggiando l'uso di quelli free?). In ogni caso, un vero pasticcio è la spiegazione dell'arcano che Turani serve ai suoi lettori.

Non è vero, infatti, che per continuare a usare "gratuitamente" le e-mail di Libero, Inwind e Iol (ci sarebbe anche Blu, non citata nell'articolo) si debba utilizzare esclusivamente un telefonino Wind o una linea Infostrada (sempre gruppo Wind). Lo dico da semplice utente con linea Telecom: è sufficiente collegarsi attraverso il numero unico di Libero (un 702 con tariffe inferiori alla chiamata urbana, quindi pure conveniente rispetto ad altri operatori!), oppure con i vecchi numeri a tariffa urbana di Inwind e di tutti i provider serviti dalla rete Wind. Questo se vogliamo utilizzare la posta con programmi come Outlook o Eudora, quindi attraverso server pop3 o, addirittura, imap4 (opzione poco disponibile altrove). Nulla cambia per l'accesso alla mail via web dal sito di Libero.

Insomma, i servizi che gli operatori chiamano "a valore aggiunto", per l'utente "a pagamento aggiunto", sono ancora una scelta, non un obbligo. La novità dell'11 novembre sembra ben poca cosa: se vogliamo scaricare la posta con il nostro programma preferito, siamo costretti a collegarci a internet attraverso il provider che ci fornisce l'e-mail. Esattamente quello che facciamo quando vogliamo spedirla. Indubbiamente scomodo per chi ha molti account, ma davvero indolore per la maggioranza degli utenti con una o due mailbox.

Detto questo, le soluzioni di Turani - pardon, dei suoi amici - risultano incomprensibili e sconvenienti: "Fra le dieci persone che conosco io e che usano Libero dall'11 novembre tutti sono migrati, hanno cioè abbandonato Wind per andare a posarsi presso altri Internet Provider che non hanno ancora abolito il servizio di posta gratuito. Sono andati da Tiscali, in parte da Virgilio e in parte da Tin.it." Riconosciamo a Turani il buon gusto di non consigliare il passaggio a Kataweb, il provider del gruppo Espresso-Repubblica, competitor di Libero-Wind. Però, quanta confusione!

E quante inesattezze continueremo ancora a leggere sui giornali a proposito di internet? Certo, non era facile capire le novità di Wind... Confidavamo nel Cluetrain e nel Gonzo Marketing: quanto aziendalese markettaro continueremo a subire, prima che le imprese imparino a parlare con voce umana? La risposta questa volta è (confusa) nel vento ;-) anzi in Wind.

:: Bruno Zarzaca 11/24/2003 05:40:00 PM :: permalink
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:: 23.11.03 ::
Una storia dimenticata

Le tracce della demodossalogia si perdono a Venezia. Quasi per contrappasso, nella stessa città l'Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti ha pubblicato La STORIA DEL SONDAGGIO D'OPINIONE IN ITALIA (1936-1994) di Sandro Rinauro, ricercatore all'Istituto di Geografia umana dell'Università di Milano. Abbiamo chiesto un parere sul libro e sullo sviluppo dell'indagine demoscopica nel nostro paese a Giulio D'Orazio, decano degli studi di demodossalogia.

Diciamo subito che l'opera di Rinauro è appassionante e cattura il lettore già dal sottotitolo: "Dal lungo rifiuto alla repubblica dei sondaggi". In sintesi, sostiene l'autore, l'iniziale italica refrattarietà allo strumento del sondaggio avrebbe ancora oggi conseguenze negli abusi della "sondomania". Ciononostante, sarebbe sbagliata la legge che dal 1993 vieta i sondaggi preelettorali, "l'unica informazione costruita con un metodo tendenzialmente obiettivo" (pag. 716). Dell'ottimismo di Rinauro per lo strumento beneficiano anche i suoi maggiori interpreti nazionali. Così questa storia del sondaggio d'opinione è sostanzialmente la vicenda della Doxa e del suo fondatore Pierpaolo Luzzatto Fegiz (significativamente ritratto in copertina con George Gallup, pioniere dei sondaggisti). Dalle pagine di Rinauro, nota D'Orazio, non emergono altri protagonisti, che pure ebbero un certo peso nelle vicende trattate. Guglielmo Tagliacarne, ad esempio, ricordato da Rinauro tra i fondatori della Doxa, andrebbe menzionato piuttosto per i suoi sondaggi politici; mentre, almeno una citazione meriterebbero Luigi Pieraccioni e Michele Del Vescovo, i primi docenti di scienza dell'opinione pubblica e metodologia dei sondaggi.

Nelle 764 pagine del tomo manca pure un qualsivoglia accenno esplicito alla demodossalogia, in passato conosciuta anche come demodossologia o dossalogia (da non confondere con la dossologia). In effetti, l'indagine demodossalogica sull'opinione pubblica non privilegia l'uso del campione statistico rappresentativo, la tecnica elaborata alla fine del XIX secolo per le prime ricerche di mercato e ancora oggi alla base dei sondaggi d'opinione. Nel libro di Rinauro, però, si parla delle indagini sull'opinione pubblica e non della presunta superiorità di una tecnica sulle altre: l'approccio è storico, non strettamente metodologico.

Quella della demodossalogia è una vicenda marginale nella storia del sondaggio d'opinione in Italia, ma non è trascurabile. È la storia imbarazzante di una "scienza fascista" dell'opinione pubblica, ma non è solo questo. Attualmente, ammette D'Orazio, possiamo parlare della demodossalogia come di una memoria storica: sopravvive una metodologia, depurata da ogni deriva politica e discutibile quanto si vuole. Un metodo - non più una scienza - poco criticato o del tutto ignorato in ambito scientifico, se non per certe visioni escatologiche legate a una "teoria unificante delle scienze". In ogni caso, il comprensibile ostracismo degli ambienti accademici riformisti ha perlomeno sfibrato la memoria storica: con D'Orazio cerchiamo di ricordare qualcosa, allora, soffermandoci in particolare sugli esordi dell'analisi demoscopica.

Per cominciare, Rinauro (pag. 152) ricorda i primi istituti d'opinione fondati in Italia (Doxa nel 1946, Istituto Italiano di Opinione Pubblica nel 1950, Cisar nel 1957), ignorando il Centro di Demodossalogia. L'istituto "per gli studi e le indagini intorno alle opinioni pubbliche" sorto presso l'Università di Roma già nel 1939 (dunque ben prima di quelli citati), la cui attività è oggi ripresa dalla Società Italiana di Demodossalogia (SIDD). Ci sembra un'omissione rilevante.

D'Orazio non è d'accordo con Rinauro anche sul presunto "ritardo dello studio 'scientifico' dell'opinione pubblica in Italia rispetto alle democrazie occidentali" (pag. 123). Nel nostro paese si comincia a parlare di "studio dell'opinione pubblica" almeno dal 1928 - sostiene D'Orazio - con la prolusione di Paolo Orano al corso di giornalismo dell'Università di Perugia (lo stesso Orano terrà lezioni sull'argomento fino al 1944): dagli anni Trenta quello studio si chiamerà "demodossalogia", anche se la definizione ufficiale arriva solo nel 1940 dopo un lungo dibattito sul nome. La disciplina è studiata anche all'Università di Roma e dal dopoguerra alla Pro Deo (l'attuale Luiss). Dal 1939 al 1944 sono 586 gli studenti iscritti al corso di giornalismo di Orano; di questi, 523 sostengono gli esami e 29 si laureano in demodossalogia. Fondamentale per lo sviluppo degli studi la tesi discussa nel 1931 da Perini-Bembo (relatore Orano) su "Giornalismo e Opinione Pubblica nella Rivoluzione di Venezia".

I demodossalogi, come accennato, interpretano l'opinione pubblica preferendo al campionamento statistico, avversato dal fascismo, il cosiddetto metodo in-de (indagine demodossalogica): colloqui con questionari approfonditi e campionamenti scelti (non casuali). Al centro dell'indagine c'è l'ambiente: si studia l'opinione pubblica lì dove si ripetono gli schemi comportamentali abituali. Al sondaggio Gallup, che si limita a rilevare le opinioni, si preferisce un'indagine approfondita e completa dei documenti disponibili. Inoltre, da studiosi organici al regime, i demodossalogi sostenevano che informare l'opinione pubblica significasse anche formarla (usavano lo slogan "rilevare per informarsi e informare per formare"). Il fascismo cercò di sfruttare le promesse della demodossalogia concedendole qualche credito nelle università. Così, ricorda D'Orazio, numerosi studenti usciti dai corsi di demodossalogia furono utilizzati per l'attività di "ascolto delle masse". In effetti, non c'era gran fiducia nei "referendum Gallup": si preferiva spiare i pensieri dei sudditi con maniere spicce.

Abbiamo accennato al fondatore della demodossalogia, Paolo Orano: probabilmente il primo a studiare in modo continuativo e approfondito l'opinione pubblica (ripetiamolo, dal 1928). Orano, docente e rettore dell'Università di Perugia, senatore del regno e giornalista, fu autore di libri e articoli inneggianti al fascismo. Era un ebreo schierato col fascismo: sosteneva, per dire, la legittimità della censura come "tutela" delle persone culturalmente sprovvedute. Finita la guerra, fu prima confinato nel convento di Padula e poi detenuto agli arresti domiciliari a Firenze, dove morì. Tra i suoi molti discepoli spiccano Guido Fattorello, fondatore della Scuola superiore di pubblicismo, e soprattutto Federico Augusto Perini-Bembo.

Perini-Bembo è il personaggio chiave di questa storia dimenticata. Segue Mussolini a Salò e dopo le Foibe partecipa alla fondazione del Movimento Sociale Italiano (attribuendosi il significato "esoterico" della sigla MSI: Mussolini Sei Immortale). Alla fine della guerra è arrestato con l'accusa di collaborazionismo con l'Ovra, la polizia fascista. Subisce angherie e intimidazioni. Viene perfino condotto più volte davanti al plotone d'esecuzione per finte fucilazioni: solo un episodio della nostra guerra civile chiamata Liberazione (Giampaolo Pansa ha raccolto diverse testimonianze sulle "vendette partigiane" nel SANGUE DEI VINTI, ed. Sperling & Kupfer). In seguito Perini-Bembo ottiene un salvacondotto da un suo ex attendente passato con gli antifascisti, quindi lavora come interprete con gli alleati a Trieste. Nel 1948 è chiamato alla Pro Deo per insegnare demodossalogia. Nel 1960, racconta D'Orazio, il primo ministro Tambroni incarica Perini-Bembo di organizzare un servizio d'informazione su persone e aziende influenti, vale a dire capaci di orientare il voto: parte di quel materiale sarebbe andata in dote all'agenzia stampa Montecitorio. In quel periodo, grazie a Giovanni Spadolini, entra nel Partito Repubblicano (anche il leader del PRI avrebbe frequentato i corsi di Orano: sostituivano il praticantato in un giornale).

La tradizione di studi demodossalogici prosegue fino alla fine degli anni Ottanta con i corsi tenuti negli ultimi tempi soprattutto da D'Orazio. La situazione diventa critica con la morte di Perini-Bembo: la cattedra di storia del giornalismo è soppressa, nonostante la candidatura di Massimo Olmi, e la Fondazione di Mestre è chiusa per alcune controversie sull'eredità. In ogni modo, la decadenza della demodossalogia risale al dopoguerra ed è firmata dai suoi stessi epigoni: marchiati come fascisti, continuarono a dichiararsi tali. Certo, la scarsa fortuna della disciplina nella cultura italiana è attribuibile anche al caratteraccio di Perini-Bembo. Il demodossalogo, accenna D'Orazio, amava spedire lettere anonime: come Richelieu, pensava potessero smuovere governi e opinione pubblica...

Con Adriano Magi Braschi, maestro in tecniche di disinformazione e collaboratore di De Lorenzo al servizio segreto militare, negli anni Sessanta la demodossalogia si manifesta ai suoi detrattori come scienza golpista oltre che fascista. Addirittura! Sicuramente un metodo sbrigativo, utilizzato dal ministero degli interni e da quello della difesa per rilevare le tendenze dell'opinione pubblica dalla lettura dei giornali. In sostanza, una misurazione quantitativa dello spazio occupato dai diversi argomenti tematizzati: per valutare il grado di condizionamento dell'opinione pubblica (calcolando anche la mediazione dei leader d'opinione) si seguiva la copertura delle notizie nel tempo.

In conclusione, comunque si giudichi l'esperienza della demodossalogia, è difficile negare un qualche interesse per l'archivio della Fondazione Perini-Bembo di Mestre. Tutti da studiare, ad esempio, i sondaggi inediti realizzati all'inizio degli anni Quaranta. Compito difficile, ma non impossibile. Lo dimostra proprio Rinauro: per il suo fondamentale studio si è avvalso di fonti e documenti poco accessibili e riservati. Peccato che alla sua storia del sondaggio manchi qualcosa.

:: Bruno Zarzaca 11/23/2003 01:30:00 PM :: permalink
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