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:: 25.11.06 ::

Insegnando s'impara
Proprio oggi, sabato 25 novembre 2006, si è conclusa la seconda edizione del master in Comunicazione e progettazione web di Ied Roma. Ne sono stata, per la prima volta da sola, la coordinatrice didattica: e ho imparato moltissime cose :-).

Non deve sembrare strano, che una docente nel corso e dal corso abbia imparato (oltre a insegnare, si spera): sempre più, nella mia esperienza di insegnamento, mi rendo conto che un percorso di formazione, soprattutto se prevede anche un “fare insieme”, è un processo di scambio reciproco e non un semplice “travaso” di sapere. In questo corso, il “fare insieme” è stato fondamentale: non solo perché cuore dell'attività didattica è stato un progetto di redesign (con un vero cliente, disponibile e quanto mai ricettivo: insomma il cliente di tutti i nostri sogni), ma perché è stato proprio nel fare che tutti ci siamo tarati, ci siamo capiti – a volte non capiti, ma va bene lo stesso - , abbiamo interagito in modo concreto e molto “vero”, nonostante tutte le connessioni digitali attive tra noi (gruppi di lavoro condivisi, mailing list e persino wiki).

Io ho imparato, incredibile ma vero, a non arrabbiarmi, a gestire il conflitto: anche il mio personale, perché ci sono state volte in cui uscire dai gangheri sarebbe stata la mia reazione più naturale. Ho mediato, ma senza soffrirne: mediato con consapevolezza (nel senso zen), talvolta ho lasciato anche un po' correre ma sapendo di farlo. E pensare che una volta mi incendiavo come un fiammifero, ed ero l'esatto contrario della pazienza. Non credo sia solo una questione di età anagrafica: certo sì, crescendo si acquista una prospettiva un po' differente, ma ciò che è importante affinare è l'intelligenza emotiva, insomma quella del cuore. Potrei dire che questo corso è stato per me una sorta di “educazione sentimentale”: alla tolleranza, alla serenità, alla costruttività nel lavoro di gruppo. Così, voglio ringraziare qui e ora tutti i miei ragazzi: il gruppo degli assennati, professionali e minimalisti (Davide, Lorenzo, Marco, Riccardo, Simona) e il gruppo dei mattacchioni, scoordinati ed esplosivi (Gianfranco, Laura, Lucia, Mara, Maurizio, Rita). Come sempre accade per le cose difficili, che ci coinvolgono e ci fanno pensare, io li porterò nel cuore.

In bocca al lupo a tutti voi, ragazzi.

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:: chiara 11/25/2006 07:11:00 PM :: permalink
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:: 23.11.06 ::
Dal silenzio, il web della consapevolezza
A volte – anzi quasi sempre – quando si sta a lungo in silenzio come mi è capitato qui su Pretesti, si scoprono cose nuove. Non propriamente “cose”: piuttosto si scoprono diversi punti di vista. Mi è successo proprio così, in questi mesi. Ho acquistato un punto di vista “ortogonale”.

E' cominciato tutto per caso. Avevo dei problemi alla schiena, refrattari a qualsiasi trattamento farmacologico (e a dire il vero, ai trattamenti farmacologici sono refrattaria anch'io): così ho provato a fare yoga. In passato, lo yoga non mi attirava per niente: anzi aveva una certa capacità di irritarmi (chi disprezza compra, direbbe forse qualche saggio :-). Invece, praticandolo, ho scoperto che non c'era niente di irritante: che anche le candele profumate, gli incensi e quant'altro avevano un loro senso. Ma soprattutto, aveva senso la pratica: scoprire che il tuo corpo si allunga e si stira senza quasi che tu te ne accorga, e che in questo è “felice”. Non c'è nessuna meta da raggiungere, nessuna performance da ottenere: un giorno, semplicemente, dopo altre volte in cui un'asana ti viene solo fino ad un certo punto, ti viene invece un'asana completa. Ma in fondo, anche dire questo è sbagliato: ogni asana, in qualunque fase, è tagliata sul tuo corpo, è giusta per il tuo corpo in quel momento. Così, ecco la prima visione ortogonale: la mia idea di attività fisica – uno sforzo, una tensione, un qualcosa da raggiungere – è stata spazzata via per sempre (per inciso: il mal di schiena si è risolto). Poi, ho cominciato a trovarmi a mio agio nei rilassamenti con visualizzazioni: e senza quasi accorgermene, tra le indicazioni della mia maestra e qualche libro (non troppi, però), ho preso confidenza con alcune tecniche di consapevolezza. Ho ritagliato nelle mie giornate brevi spazi di non-fare: stare seduta, e basta. Non importa poi come. Tenere la mente come il cielo: i pensieri sono nuvole, la mente è sotto le nuvole.

A questo inizio di pratica ho dedicato tutta l'estate: e intanto sono successe piccole cose. Dopo sconsiderati litigi quotidiani con il nuovo portatile, ho provato a cambiare il mio punto di vista: ho smesso di aspettare che ogni mattina facesse appena acceso qualcosa di sgradevole e sbagliato. Ho smesso di pensare che il nuovo portatile fosse un problema (“Tu fai problema, tu hai problema”: lo usava dire il maestro zen Soen Sa Nim): il problema non c'è più stato. Non dico che il portatile non faccia più cose strane, figuriamoci (visto che carica windows...): dico che se le fa e quando le fa, affronto la cosa e basta. Qui e ora. Buffo cominciare la pratica della meditazione con un pc: perché di questo si tratta. Ebbene sì, medito. Non è una cosa esoterica: è solo dare spazio a sé, solo essere ciò che si è (il che mi ricorda molto Nietzsche: “Diventa ciò che sei”). In questo tranquillo andare, mi sono rimessa a scrivere: ho lasciato che le cose fossero (un racconto, “La Finalista”, lo ha pubblicato Michele Diodati sul suo bel Pesanervi).

Ora pratico la consapevolezza con un po' più di consapevolezza (non troppa, anche qui): alcuni libri sono stati importanti, ad esempio “Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione”, “Riprendere i sensi”, “Mente zen, mente di principiante”. Ma più dei libri, è vera la pratica: stare seduta e non-fare (per i dettagli, se volete, leggete i libri!). In questo stare seduta, imparo – forse – a stare “nel qui e nell'ora”. E mi sto chiedendo: dove sono il qui e l'ora nella nostra vita di rete-dipendenti? Noi che siamo sempre multitasking, noi sempre connessi... noi che non facciamo mai una sola cosa per volta, che non bruciamo mai come un falò senza lasciare traccia (“Quando si fa qualcosa, bisogna bruciare completamente come un buon falò, senza lasciare traccia di sé”, Shunryu Suzuki-roshi). Mi chiedo, insomma: oltre ad un Web 2.0, può esistere un Web della consapevolezza? E' compatibile questa “vita tecnologica” con l'essere realmente ciò che si è?

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:: chiara 11/23/2006 12:17:00 PM :: permalink
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