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:: 19.5.08 ::

Il tempo, la carta, lo zen

Mi sto molto interrogando sul tempo, in questo periodo. Mi sembra di averne sempre poco (e questo e’ abbastanza normale, in un’epoca di multitasking); pero’ curiosamente in alcuni momenti invece il tempo che ho a disposizione diventa lunghissimo, quasi eterno. Sara’ un effetto dello zen?

Qui e ora. Forse e’ questo che dilata il tempo: quando davvero si riesce e pensare e ad essere nella forma “qui e ora”. Anche se “dilatare” non e’ forse l’espressione esatta: piuttosto e’ una assenza di tempo, una sorta di scorrere immobile. Pero’ come e’ difficile, lo zen: non e’ tanto il sedersi immobili per tempi occidentalmente parlando inaccettabili, o stare con sempre qualche dolore nella posizione del mezzo loto (il loto intero le mie anche e le mie caviglie proprio non me lo permettono), o sentirsi le formiche nelle dita ferme in una mudra. La cosa piu’ difficile e’ la mente: stare con la mente. Mente scimmia, che salta di qua e di la’, molto spesso. Mente stanca, arrabbiata, mente confusa. Provo, in questi momenti, a stare piu’ con la “pancia” che con la mente: provo a fare zen dalla pancia. Questa fisicita’ della meditazione zen e’ forse la cosa che trovo piu’ incredibile: stai li’ con tutto il tuo corpo, stai li’ e basta (quando ci riesci).

Il tempo, a volte, gocciola lentissimo. Piu’ lento quando sono sola. Strano, non quando faccio zazen. Non mi sento sola seduta sul mio cuscino. Sono molto piu’ sola in altri momenti della giornata, che spesso e’ terribilmente lunga. Sola davanti al computer come adesso (anche se ci sto meno di una volta). Sola a rovistare nelle carte accumulate in casa da oltre trent’anni. Ecco, a guardarne alcune il tempo a tratti si ferma. Le ricette del pediatra di quando ero piccola. Matrici di assegni staccati nel 1969. Un elettrocardiogramma di papa’, che risale a quando io avevo tre anni. Bollette della luce e della Stipel (poi trasformatasi in Sip), di una casa – quella in cui sono nata a Milano – di cui non ho praticamente nessuna memoria.

E’ faticoso, confrontarsi con il tempo. Con tutto questo tempo passato, con tutte queste carte polverose che mi passano tra le mani, che guardo una ad una per sapere cosa possa aver senso tenere e cosa invece si puo’ buttare (per sempre: non c’e’ niente di cosi’ irrimediabile che buttare vecchie carte in un cassonetto). Il tempo mi gocciola tra le dita. Sono stata felice, in questo passato che mi scrore sotto gli occhi? Non molto spesso, non da un certo punto in poi: di certo non lo e’ mai stata la madre che ha accumulato negli anni tutta questa pletora di carta odorosa di vecchio, e che ora neppure la guarda anche se non vorrebbe comunque buttare nulla.

Lo so, il passato e’ passato. Il futuro ancora non esiste (e potrebbe anche non esistere mai). C’e’ soltanto questo momento. Questo circoscritto istante. Niente prima, niente dopo. Cosa ho in questo istante? Me stessa. La mia pancia. La mia pancia non ama tutte queste vecchie carte. Hanno come un peso, un peso orribile che spinge verso il basso, verso il dolore. Non riesco ad essere leggera, mentre cerco di liberare casa da pile di cartelline ingiallite, piene di documenti inutili. E’ vero che forse dovrei pensare che buttare cio’ che non serve piu’ mi rendera’ leggera: ma non ci riesco. Sento solo il peso dell’ora. L’odore di polvere sulle mani. Il tempo pesante coagulato in atti notarili, vecchi giornali, scontrini di negozi che non esistono piu’. Un tempo lento, anzi immobile, eternamente uguale a se stesso, straziato. E non riesco a respirare, calmare la mente, sorridere. Per lo zen, devo stare con tutto questo: con questa immane fatica, che mi sembra non avere mai fine (anche perche’ la casa e’ strapiena di cassetti e armadi a muro stracolmi di carte di ogni genere e di ogni epoca). E’ difficile, oggi, lo zen.

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:: chiara 5/19/2008 10:39:00 AM :: permalink
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:: 16.2.08 ::
Ancora su usabilità e gentilezza

A partire da questo post pubblicato qualche tempo fa, è nata una riflessione più vasta che ha trovato spazio su Trovabile di Luca Rosati, in un articolo destinato ad avere presto anche un seguito più ampio.

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:: chiara 2/16/2008 07:42:00 AM :: permalink
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:: 29.7.07 ::
Di call center e altre nefandezze

Quando arriva l'estate, è naturale provare il desiderio di rilassarsi, dimenticare le tensioni, lasciarsi andare a una visione più serena della vita. Ma a volte questo nostro legittimo desiderio viene messo a dura prova: una delle prove più dure da affrontare è quella di essere costretti a rivolgersi a un call center.

A me è capitato, in questo periodo, di dover ricorrere più volte al servizio segnalazione guasti dell'Acea, l'azienda che a Roma distribuisce acqua ed energia elettrica. La centralina elettrica che serve la mia via ed alcune limitrofe infatti non ha trovato niente di meglio da fare in questi giorni di calura che andare a fuoco (non senza aver dato nei giorni precedenti congrui segnali di insofferenza): una bella mattina ha incominciato a fumare ed a spargere ameni profumi, fino a quando naturalmente la corrente non è saltata. Per non si sa quali problemi simil burocratici (pare che Acea non desse l'autorizzazione a intervenire) i vigili del fuoco hanno potuto spegnere l'incendio oltre due ore dopo, quando sul posto era arrivata persino la polizia: comunque mentre noi umani eravamo impegnati in qualche bega, la natura e l'elettricità facevano il loro corso e una volta spenta della centralina non restavano che dei neri tizzoni. Ovvio che nel frattempo gran parte della via e un pezzo del quartiere si fosse rivolto al servizio segnalazione guasti dell'Acea: dove come potete immaginare è necessario scegliere tra varie opzioni e digitare diverse cose sulla tastiera prima di arrivare DAVVERO a segnalare il guasto. A questo punto, mentre una soave vocina ti invita a fare in casa una serie di controlli (Sei proprio sicuro che ti manchi la luce? Sei proprio sicuro di aver riacceso gli interruttori?) si aprono due possibilità: ricevere l'inesorabile messaggio automatico - che per la mia esperienza ti dice sempre che la segnalazione del guasto è già arrivata e che si verrà ricollegati alla rete entro due ore – o esser messi in attesa di parlare con un operatore. In genere, considerata la nostra natura di esseri umani, preferiamo sempre poter parlare con un operatore: ma d'ora in poi tenete presente che forse nel caso dell'Acea è meglio di no. I loro operatori sono quanto di più inutile e maleducato si possa immaginare: tutti quelli che hanno chiamato per il guasto nella mia zona sono stata trattati malissimo. Le risposte a mezzabocca degli operatori, oltre ad essere in un pesante romanesco che ha la caratteristica di accentuare qualsiasi coloritura, erano di totale indifferenza a quanto stava accadendo agli utenti, e se si insisteva per avere notizie si arrivava all'evidente insofferenza. Inoltre, mai nessuna indicazione utile è stata data a chi chiamava ovviamente preoccupato (del resto, quale stato d'animo ci si aspetta che abbia un utente che chiama un servizio segnalazione guasti?!): io ho capito che saremmo stati connessi a dei gruppi elettrogeni perché li ho riconosciuti quando arrivavano, benché avessi chiesto esplicitamente al call center se era prevista una qualche forma di riallaccio d'emergenza alla rete mentre la centralina bruciata veniva ricostruita.

E così, ho capito: i call center sono la negazione della amorevole gentilezza. Quando un'azienda ti ha finalmente venduto qualcosa – un servizio o un prodotto, non importa – da cliente da catturare per avere dei soldi ti trasformi in utente: quindi in un rompiscatole. E i call center servono a creare una barriera tra l'azienda e i rompiscatole.

Il più devastante esempio di call center anti utente rompiscatole è forse quello di Telecom Italia, il mitico 187: dove se trattieni troppo a lungo un operatore al telefono ti viene detto esplicitamente che non hanno tempo da perdere con te. Ovviamente non dipende dal singolo operatore (qualcuno ogni tanto è persino gentile), ma dal sistema che prevede di evadere le richieste in x tempo: solo che spesso quel tempo non serve a risolvere un bel nulla. Ed ecco un altro esempio di assenza di amorevole gentilezza: non riuscire MAI ad immaginare quali sono i problemi che un utente potrà incontrare. Ultimamente, sia a me che ad un amico, è capitato di avere problemi nell'accesso al 187 online: lui non ricordava la password e il sistema gliela rimandava ad un indirizzo email che lui non sapeva più quale fosse. Ovvero: chi ha progettato l'interazione con il 187 online non ha saputo prevedere che un utente oltre alla password può anche dimenticare l'indirizzo email con cui – magari molto tempo prima – si è iscritto al servizio. A me è capitato invece che il servizio non riconoscesse più la password (usata serenamente fino a poco tempo prima): non solo, mi diceva anche che non poteva più rintracciare il mio indirizzo email (bizzarro, visto che il giorno prima mi avevano mandato una mail... e che l'operatore al call center mi ha confermato che era regolarmente registrata e corretta). Ergo, con simpatici pop up a ripetizione alla fine mi è stato proposto di cambiare la password: solo che il form per modificarla non ha nessun tasto di invio! E così anch'io sono rimasta senza accesso al 187 online: ho sporto reclamo al 187 telefonico, ma le esitazioni della signorina pure gentile con cui ho parlato mi hanno già fatto capire che del sito nessuno sa nulla e che il problema resterà tale, irrisolto (al mio amico che ha perso email e password un operatore coraggioso lo ha detto chiaro e tondo).

Possibile che sia così difficile immaginare gli incidenti di percorso in cui può incorrere un utente? O invece è indifferenza? E' non riflettere su quanto sia umano sbagliare, dimenticare una password, essere distratti da montagne di inutili pop up? Nessun progettista di interfacce e di qualsiasi genere di meccanismo di interazione dovrebbe mai smettere di avere una “mente tenera e flessibile”: ovvero dovrebbe mettersi nei panni dell'utente facendosi utente lui stesso, sperimentare gli errori, le ansie, le paure, “sedersi al centro” di tutte queste difficoltà. Ed accoglierle. E dimenticare i call center.

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:: chiara 7/29/2007 05:08:00 PM :: permalink
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:: 12.2.07 ::
Usabilità web: una declinazione dell'amorevole gentilezza
Ho sempre ritenuto “Don't make me think”di Steve Krug uno dei migliori libri finora scritti sull'usabilità web. E quando ho scoperto il titolo di uno dei tre nuovi capitoli della seconda edizione, “Usabilità come normale cortesia”, me ne sono convinta ancora di più.

Krug, i cui testi sono sempre ricchi di aneddoti divertenti ma molto esemplificativi, racconta per aprire questo capitolo di una volta in cui, in ansia per l'annunciato sciopero di una compagnia aerea, non ha trovato sul sito della compagnia alcuna traccia di esso: anzi da nessuna parte veniva mai riportata la parola “sciopero”. Un chiaro caso di totale disattenzione verso l'utente e verso i suoi reali bisogni informativi: il contrario della “cortesia”, appunto. Mi è venuto allora da pensare, illuminata da Krug (come mai questo tipo di illuminazioni non vengono mai leggendo Jakob Nielsen?!), che usabilità e accessibilità web altro non sono che una declinazione del concetto di amorevole gentilezza (che un po' meno significativamente a volte viene intesa come “compassione”). Alla base dell'atteggiamento di amorevole gentilezza verso gli altri, c'è la consapevolezza che tutti – anche il nostro peggiore nemico – hanno qualcosa che li accomuna: tutti, noi inclusi naturalmente, desiderano evitare la sofferenza. Tutti vogliono essere liberati dal disagio, tutti aspirano alla felicità. Ecco, sul web accorgersi di quello che davvero serve all'utente – e questo investe sia il tema dell'usabilità sia quello dell'accessibilità – è volerlo liberare da inutili “sofferenze” (o punti interrogativi, per dirla alla Krug), e condurlo verso la felicità: la piccola felicità di fargli davvero trovare ciò che sta cercando in quel momento, nella sua interazione con il sito.

Insomma, l'usabilità è fare zen sul web :-)

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:: chiara 2/12/2007 11:54:00 AM :: permalink
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:: 26.12.06 ::
Un'amorevole gentilezza
E' difficile, in questi tempi multietnici e multireligiosi – che sono benevenutissimi, naturalmente – condividere davvero una festa come il natale (che scrivo con la minuscola non a caso: volendo indicare così l'evento “ di festa”, non necessariamente cattolico). Si polemizza su alberi addobbati, su presepi, su formule di augurio più o meno adeguate: insomma si trova occasione di litigare anche in questa circostanza.

Forse però una strada possibile esiste, per condividere lo spirito del natale: ovvero – per me – di una festa serena, in cui lasciare il cuore finalmente libero di respirare e di sentire. Una strada per non farsi condizionare da questo o quell'approccio, per sentirsi magari tutti vicini, indipendentemente dalle fedi praticate. Sto parlando della meditazione di metta, la pratica di “gentilezza amorevole” che è una delle tecniche di meditazione di consapevolezza. Che può toccare nel profondo, svelando sentimenti che tutti abbiamo dentro, ma di cui così spesso non siamo consapevoli. A parte utilizzarla come antidoto ad attacchi d'ira o a stati perduranti di rancore (quanti di noi ne sono affetti?!), la meditazione di metta ci avvicina gli uni agli altri, ci fa sentire parte correlata di un tutto.

Si può cominciare così, immaginando qualcuno che ci vuole bene in modo incondizionato, percependo il suo abbraccio e il suo affetto: indipendentemente dai nostri meriti o dalle nostre mancanze, questa persona ci ama “così come siamo”. Se questa persona non c'è (non è facile da incontrare, l'amore incondizionato), proviamo ad immaginarla. Poi diventiamo fonte di questi stessi sentimenti: proviamo ad amare noi stessi in modo incondizionato. Accettiamo noi stessi, amiamoci (anche questo non è facile: il senso di colpa, l'autocritica continua e l'insoddisfazione sono il nostro pane quotidiano). Quando ci sentiamo immersi in questo flusso positivo, come cullati da esso, proviamo ad espanderne il campo: pensiamo a qualcuno a cui vogliamo bene, includiamolo/includiamoli in questa percezione, culliamoli nella nostra amorevole gentilezza. Poi allarghiamo il campo ancora di più: alle persone con cui abbiamo relazioni neutre o che non conosciamo molto bene o di cui magari abbiamo solo sentito parlare. Culliamoli tutti, augurando loro ogni bene. Il passo successivo è pensare alle persone con cui abbiamo conflitti, che tendiamo a considerare come nemici più che amici: non si tratta di perdonarli, ma di pensare che anche loro hanno il desiderio di essere felici e al sicuro, circondati dal cerchio dell'amore incondizionato. Proviamo ad augurare anche a loro questa felicità e questa sicurezza. E così via... questo cerchio – se ne siamo capaci – può arrivare a racchiudere ogni essere umano, ogni essere vivente, e anche il nostro pianeta tutto e l'universo.

Troppo difficile? Forse, cominciare a a pensare che il nostro condomino che ci butta regolarmente l'acqua sul terrazzo non è un mostro di insensibilità, ma che invece ha desideri e timori e speranze proprio come noi, è un piccolo passo nella giusta direzione. Un passo più significativo di tante corse tra negozi, alla caccia degli ultimi regali.

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:: chiara 12/26/2006 11:59:00 AM :: permalink
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:: 3.12.06 ::
Consapevolezza ... acquatica
Anche se il multitasking è sempre più incalzante, sono tornata a concedermi, il sabato pomeriggio, una pausa assoluta: un'ora di acquarelax. Che, come tutto quanto, ora “condisco” a modo mio.

E' abbastanza curioso che io riesca a non farmi sovrastare dall'enorme elenco di cose da fare, prima e durante il periodo natalizio: anzi a pensarci bene non è curioso, è piuttosto un segno della strada differente che cerco di fare. Mi accorgo che forse dovrei aggiungere o cambiare qualcosa della tagline di Pretesti: ci dovrei infilare anche la parola “benessere”. Anche se forse non è esattamente questo il concetto: ormai quando parliamo di benessere più che altro tendiamo a immaginare palestre dove tutti quanti si suda come matti, orologio sempre sott'occhio, cuore a mille, tiratissimi in completi griffati e attillati. Il mio benessere non ha niente a che fare con questo: è silenzio, quiete, tempo per pensare anzi per non-pensare e per non-fare. Insomma il contrario del multitasking: il suo antidoto, potrei dire. Cerco, in ogni cosa che faccio, di “stare” solo in quella cosa. Ora sono qui a scrivere, e sono solo qui, e solo ora.

E' da un paio d'anni che ho scoperto l'acquarelax: all'inizio solo come effetto collaterale dell'acquagym, nel senso che un'istruttrice di acquagym faceva anche acquarelax, e allora perché non provare?! Direi che si è trattato di amore a prima vista: straordinario, stare in acqua a occhi chiusi, nella piscina calda e buia, sentendo lontana la musica, che ti arriva ovattata in un mondo fatto tutto e solo di sensazioni. E Alessandra, la bravissima istruttrice, che ti fa dondolare nell'acqua, ti trascina e ti culla. Un'esperienza molto particolare: una delle volte in cui l'ho fatta, superata la barriera iniziale del lasciarmi andare, mi sono messa a parlare senza esserne consapevole. Poi mi hanno raccontato cosa ho detto: e insieme alle sensazioni che ricordo di aver provato, sono certa di aver rivissuto la nascita. Del resto, galleggiare così è davvero come tornare al liquido amniotico: e se si pratica con costanza l'acquarelax si comincia anche a stare sott'acqua, sempre più a lungo (con grande sorveglianza da parte di Alessandra: chi si appassiona allo “stare sotto” tende a dimenticarsi di tornare sopra a respirare, o prova a farlo direttamente sott'acqua). Io ora – dopo un intervallo di quasi un anno – sono tornata a concedermi questi pomeriggi di acquatico silenzio: sto anche sott'acqua, in genere davanti a una delle luci della piscina. Attraverso gli occhi chiusi, sento comunque la luce: ed è come una luce interiore, una grande chiarezza e una grande felicità, che fa venire voglia di danzare nell'acqua. Poi, stare un'ora ad occhi chiusi nell'acqua trovo sia un'occasione eccezionale per praticare la meditazione: non credo si tratti di una posizione canonica (anche se spesso riesco a stare sdraiata in shavasana), ma chi se ne importa! Il rilassamento è totale: e la mente diventa cava, si lascia come attraversare dall'acqua. Nessun pensiero si ferma, tutto scorre. Così, io recupero le mie energie: così, posso affrontare tutto il resto. Così poi posso stare ore davanti al pc, controllando la posta mentre cerco un sito e mentre scrivo qualche documento e mentre intanto penso a come strutturare un corso. Ma non più tormentata da questo continuo spostarmi tra una cosa e l'altra, senza mai stare dentro nessuna perché intanto penso alle altre: ora sto in ognuna, e solo in quella mentre la faccio. Mentre sono in acqua ad occhi chiusi, sto solo in acqua: la mia mente è vuota, non ho attaccamento per nessun pensiero. Certo, non ci riesco sempre: a volte qualche pensiero si “attacca” a me, o meglio io gli permetto di attaccarsi. Ma se mi fermo un attimo e mi concentro, riesco a dire “dopo, dopo”: e così anche quel pensiero si allontana in un lieve mulinello d'acqua.

Può servire, tutto questo, a vivere meglio dentro la tecnologia? A non farci sopraffare? A mantenerci saldi, nella consapevolezza di quello che davvero ci succede e che è importante nel momento in cui ci succede? Io spero e credo di sì.

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:: chiara 12/03/2006 10:15:00 AM :: permalink
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:: 23.11.06 ::
Dal silenzio, il web della consapevolezza
A volte – anzi quasi sempre – quando si sta a lungo in silenzio come mi è capitato qui su Pretesti, si scoprono cose nuove. Non propriamente “cose”: piuttosto si scoprono diversi punti di vista. Mi è successo proprio così, in questi mesi. Ho acquistato un punto di vista “ortogonale”.

E' cominciato tutto per caso. Avevo dei problemi alla schiena, refrattari a qualsiasi trattamento farmacologico (e a dire il vero, ai trattamenti farmacologici sono refrattaria anch'io): così ho provato a fare yoga. In passato, lo yoga non mi attirava per niente: anzi aveva una certa capacità di irritarmi (chi disprezza compra, direbbe forse qualche saggio :-). Invece, praticandolo, ho scoperto che non c'era niente di irritante: che anche le candele profumate, gli incensi e quant'altro avevano un loro senso. Ma soprattutto, aveva senso la pratica: scoprire che il tuo corpo si allunga e si stira senza quasi che tu te ne accorga, e che in questo è “felice”. Non c'è nessuna meta da raggiungere, nessuna performance da ottenere: un giorno, semplicemente, dopo altre volte in cui un'asana ti viene solo fino ad un certo punto, ti viene invece un'asana completa. Ma in fondo, anche dire questo è sbagliato: ogni asana, in qualunque fase, è tagliata sul tuo corpo, è giusta per il tuo corpo in quel momento. Così, ecco la prima visione ortogonale: la mia idea di attività fisica – uno sforzo, una tensione, un qualcosa da raggiungere – è stata spazzata via per sempre (per inciso: il mal di schiena si è risolto). Poi, ho cominciato a trovarmi a mio agio nei rilassamenti con visualizzazioni: e senza quasi accorgermene, tra le indicazioni della mia maestra e qualche libro (non troppi, però), ho preso confidenza con alcune tecniche di consapevolezza. Ho ritagliato nelle mie giornate brevi spazi di non-fare: stare seduta, e basta. Non importa poi come. Tenere la mente come il cielo: i pensieri sono nuvole, la mente è sotto le nuvole.

A questo inizio di pratica ho dedicato tutta l'estate: e intanto sono successe piccole cose. Dopo sconsiderati litigi quotidiani con il nuovo portatile, ho provato a cambiare il mio punto di vista: ho smesso di aspettare che ogni mattina facesse appena acceso qualcosa di sgradevole e sbagliato. Ho smesso di pensare che il nuovo portatile fosse un problema (“Tu fai problema, tu hai problema”: lo usava dire il maestro zen Soen Sa Nim): il problema non c'è più stato. Non dico che il portatile non faccia più cose strane, figuriamoci (visto che carica windows...): dico che se le fa e quando le fa, affronto la cosa e basta. Qui e ora. Buffo cominciare la pratica della meditazione con un pc: perché di questo si tratta. Ebbene sì, medito. Non è una cosa esoterica: è solo dare spazio a sé, solo essere ciò che si è (il che mi ricorda molto Nietzsche: “Diventa ciò che sei”). In questo tranquillo andare, mi sono rimessa a scrivere: ho lasciato che le cose fossero (un racconto, “La Finalista”, lo ha pubblicato Michele Diodati sul suo bel Pesanervi).

Ora pratico la consapevolezza con un po' più di consapevolezza (non troppa, anche qui): alcuni libri sono stati importanti, ad esempio “Emozioni distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione”, “Riprendere i sensi”, “Mente zen, mente di principiante”. Ma più dei libri, è vera la pratica: stare seduta e non-fare (per i dettagli, se volete, leggete i libri!). In questo stare seduta, imparo – forse – a stare “nel qui e nell'ora”. E mi sto chiedendo: dove sono il qui e l'ora nella nostra vita di rete-dipendenti? Noi che siamo sempre multitasking, noi sempre connessi... noi che non facciamo mai una sola cosa per volta, che non bruciamo mai come un falò senza lasciare traccia (“Quando si fa qualcosa, bisogna bruciare completamente come un buon falò, senza lasciare traccia di sé”, Shunryu Suzuki-roshi). Mi chiedo, insomma: oltre ad un Web 2.0, può esistere un Web della consapevolezza? E' compatibile questa “vita tecnologica” con l'essere realmente ciò che si è?

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:: chiara 11/23/2006 12:17:00 PM :: permalink
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